Home / Eventi / ON THE DARK SIDE OF THE DAY: il Porto Metal Fest di Genova (2017)

ON THE DARK SIDE OF THE DAY: il Porto Metal Fest di Genova (2017)

Sabato 29 luglio 2017, sul mare di Genova, nella Piazza delle Feste, s’è tenuta la prima edizione del Porto Metal Fest, organizzato da Black Widow Records, Nadir Music e Rock Hard Italia insieme ad altri partner. Un evento riuscitissimo – grazie alla qualità ed al valore dei gruppi presenti e all’ottima organizzazione – in una splendida cornice e con una buona partecipazione di pubblico. Bello, per lo meno a parere di chi scrive, il contrasto fra la musica (quasi tutta di matrice dark-doom-death-black) e la calda ed assolata giornata estiva.

Alle 15,30 hanno aperto le danze le Bellathrix, già apprezzate ad inizio maggio al Teatro Carignano del capoluogo ligure ed interpreti preparatissime del più classico heavy sound anni Ottanta. La band ha suonato sette pezzi ed ha aperto alla grande. Bellathrix è una band all’esordio discografico, per quanto composta da musicisti veterani della scena genovese, provenienti da acts quali Steel Drama, Mastercastle e Rock.it. Le Bellathrix hanno proposto un metal di chiaro stampo maideniano e sono state protagoniste di una prestazione molto grintosa: le chitarre di Lalli e Marcello Mazzone sono state taglienti ed incisive e la voce di Stefania Prian potente e ricca di personalità. Interessante poi l’esecuzione di Orion, bel brano prog rock che si stacca dal resto della loro produzione, e della bella cover di The Ritual della Strana Officina.

Dopo le Bellathrix è stata la volta dei Blue Dawn, act genovese di colto doom metal, giunto al terzo disco (da poco uscito per Black Widow). Accompagnati dal tastierista de Il Segno del Comando, i Blue Dawn hanno dimostrato di essere molto maturati, sia come scrittura sia nell’approccio al palco, forti oggi di interessanti (quanto opportune) aperture di matrice dark-wave. Hanno eseguito cinque brani, dilatati e molto atmosferici, tre dei quali tratti appunto dal nuovo Edge of Chaos e improntati ad un felice incontro di Black Sabbath, Joy Division e tinte prog più sperimentali di area vagamente crimsoniana. I BD sono una band ormai consolidata. Il salto di qualità rispetto agli esordi è evidente e valorizzato dall’ingresso in formazione, per le esibizioni dal vivo, di Davide Bruzzi, chitarrista e tastierista del Segno del Comando, che ha dato una nuova dimensione al sound del gruppo, un muro di suono potente ed oscuro, su cui si sono stagliate le voci di Monica Santo ed Enrico Lanciaprima, impegnato anche al basso; a completare la formazione Andrea Marty all’altra chitarra ed Andrea Di Martino alla batteria. Le nuove Sex (Under a Shell) e Serpent’s tongue si sono alternate alle vecchie Cycle of Pain e The hell I am, e tutte sono accolte molto favorevolmente dal pubblico che ha molto applaudito un’esibizione assai convincente.

E’ stata quindi la volta dei francesi Northwinds, molto attesi e per la prima volta in Italia. Il gruppo parigino ha confermato in maniera davvero grandiosa e imponente lo spessore della propria musica, privilegiando il lato più sabbathiano di composizioni eccellenti, non senza fiabeschi inserti di folk nordico e progressive nell’omaggio finale a La Maschera del Demonio, il capolavoro horror diretto nel 1960 dal grande e compianto maestro Mario Bava (omaggiato anche dagli Arcana 13, e in studio e dal vivo, sempre nella serata del Carignano). Veri professionisti i Northwinds, impeccabili e sicuri tecnicamente, sorretti da notevolissime doti di scrittura musicale e autori d’una esibizione plumbea e cadenzata, ammaliante e raffinatissima. Un set, insomma, ipnotico e mesmerizzante, ricchissimo di personalità e talento puro. La speranza è che in fututo si abbia la possibilità di rivederli nel nostro Paese.

Rapido cambio di scena e sul palco sono saliti i Mortuary Drape, tra i padri insieme ai Necrodeath del black metal italiano (il gruppo alessandrino è nato nel 1986). La loro è stata una performance al calor bianco, un autentico incendio di zolfo e cenere. Pazzesco l’impatto, che nella prima parte del concerto ha privilegiato i pezzi più diretti del loro ricco repertorio, in bilico tra Venom, Motorhead, Mercyful Fate, Hellhammer (da cui sorsero i Celtic Frost) e primissimi Coroner. Più articolati e non privi melodia le canzoni eseguite nella seconda parte dell’esibizione, durante la quale i Drape hanno dimostrato di avere con gli anni maturato buone doti tecnico-compositive. Truccati da monaci e con face-painting, gli storici blacksters di Alessandria hanno dato prova di tutto il loro morboso fascino ed il pubblico ha gradito, entusiasta. Indimenticabile il bassista, vero e proprio fulcro del Mortuary Drape sound.

Dopo una pausa, necessaria per riallestire il palco, i Sadist hanno conquistato letteralmente la folla con un set eccezionale. Per il quartetto si è trattato fra l’altro anche di un ritorno a casa, dato che non suonavano a Genova da dieci anni esatti. Lo ha ricordato Trevor, non senza emozione. Con brani da Crust, dall’ultimo Hyaena e dagli altri grandi dischi realizzati, i Sadist – ricordiamolo: coloro che in Italia hanno portato sound e approccio stilistico di Atheist, Nocturnus e Cynic – hanno offerto ad un pubblico deliziato il loro personalissimo incrocio di techno-death sinfonico e black progressivo. La sezione ritmica ha mostrato tutta la propria classe, con tocchi quasi fusion. Trevor si è dimostrato a proprio agio anche con il cantato in screaming, sapientemente alternato al tradizionale growl, e dal canto suo il chitarrista ha fatto valere le proprie immense qualità ritmiche e solistiche, suonando in molti frangenti (contemporaneamente!) anche le tastiere. E proprio l’uso marcato dei synth ha reso, dal vivo così come in studio, oltremodo varia ed articolata la proposta: a passaggi durissimi si sono succedute aperture sognanti e di (mai banale) efficacia melodica. Maestri, realmente impressionanti: questo sono stati i Sadist.

Grande chiusura con gli headliner Arcturus. Il mitico quintetto norvegese, attesissimo a seguito del suo ritorno sulle scene, ha regalato ai presenti una eccezionale performance di post metal sinfonico, con tutto sommato poche tracce del black che fu e che li vide protagonisti – ma, va detto, anche in Norvegia durante gli anni Novanta la band era una realtà abbastanza a se stante (come gli Ulver) – e un gusto per la grandiosità e la magnificenza del prog metal più barocco ed oscuro, più pomposo e magniloquente, complici la versatilità vocale di ICS Vortex e le grandi tastiere del redivivo Sverd, mentre Hellhammer si è confermato come una potente e fantasiosa macchina ritmica. Molto belle le immagini, proiettate a mo’ di fondali, alle spalle degli Arcturus, perfetto contraltare visivo della loro musica e dei suoi aspetti più misteriosi ed onirici. Un gran finale per una grande giornata, che tutti si augurano possa ripetersi in occasione della prossima edizione del Porto Metal Fest.

Davide Arecco