Home / Album / Devastation – Signs of Life / Idolatry

Devastation – Signs of Life / Idolatry

Dal Texas sono venute non poche e pregevoli band heavy e thrash, per lo più ingiustamente relegate in ambito underground, basti pensare a gruppi di culto come Militia, S.A. Slayer, Juggernaut, Rigor Mortis, Gammacide, ai più progressivi Watchtower di Austin, ai più famosi Pantera, o alla scena di Dallas, che vede oggi sugli scudi gli ottimi Power Trip e che, in passato, ha visto attivi gruppi quali i Messengers e i Devastation. A questi ultimi, che nacquero nel 1986 ed esordirono l’anno seguente con Violent Termination, si è rivolta, adesso, la nostrana Punishment 18, che ha ristampato il loro secondo e terzo disco. Si tratta, lo diciamo subito, di due album a dire poco fantastici e realmente seminali, altamente rappresentativi di quello che era il migliore thrash a stelle e a strisce di fine anni Ottanta, originariamente apparsi su Century Media. Signs of Life venne registrato nel novembre del 1988 ed apparve nei primi mesi dell’anno successivo, mentre il successivo Idolatry fu inciso a fine estate del 1990. Il quintetto, guidato dal bassista Edward Vasquez, aveva un approccio stilistico non molto dissimile da quello dei contemporanei Morbid Saint, dell’Illinois: alla classica tradizione della Bay Area (qui, Sadus e Possessed) e di Los Angeles (Evildead, e naturalmente, Slayer) si univano elementi di provenienza teutonica (Kreator e Protector) ed inglese (il crust punk dei Broken Bones). Il risultato complessivo era, pertanto, potente e violento, cattivo e tecnico. In più punti, si sfiorava quello che sarebbe stato di lì a pochi anni il death metal di Demolition Hammer, Cancer, Obituary e Massacre. La cosa è evidente soprattutto negli otto brani di Idolatry – a cui la riedizione Punishment ne aggiunge ora altri cinque, catturati dal vivo, a Victoria nel 1988 ed a Toronto nel 1991 – che fu registrato non a caso in Florida, nei Morrisound Studios di Tampa, e prodotto da Scott Burns. Come accadde anche ad altri colleghi di talento (gli Atrophy, dell’Arizona, ad esempio), il successo per i Devastation non giunse mai, anche se i cinque americani poterono suonare, in concerto, con i Laaz Rockit e King Diamond, i Trouble e Dark Angel, i Death e Sepultura. Sul finire degli Eighties, per il thrash più tradizionale ed oscuro, i tempi iniziavano a non essere più propizi: proprio all’indomani della stampa di Idolatry, nel 1991, uscirono il black album dei Metallica e Nevermind dei Nirvana, che lanciò la nefasta moda dell’alternative. Tanti acts di valore e di qualità si sciolsero o finirono nel dimenticatoio: un oblio immeritato, che per i Devastation cessa, oggi, grazie a queste due splendide ristampe. Per mezzo di esse si può gettare con profitto un dovuto sguardo, non solo sulla produzione di un grande gruppo, ma anche su tutta una scena statunitense da riscoprire con pazienza e cura.

Davide Arecco

Anno di pubblicazione: 2017

Genere: Thrash Metal

Label: Punishment 18

5 Stars (5 / 5)