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Hyades

Attitudine!!! E’ celato dietro questa semplice locuzione la propensione artistica che da sempre scandisce ogni singola uscita discografica dei redivivi Hyades, formazione di lungo corso che torna a farsi sentire a ben sei anni di distanza dall’ultima fatica discografica, e lo fa con un nuovo album che, oltre a segnare il passaggio dei nostri sotto le ali protetrici della Punishment 18 records, ne decreta la vera rinascita. Nelle parole dello screamer Marco Colombo i tratti salienti della nuova avventura…

Intervista raccolta da: Beppe Diana

Ciao Marco e grazie per il tempo che ci concedi, la prima domanda potrebbe sembrare anche la più scontata, qual’è lo spirito all’interno della band nell’ultimo periodo? Siete più soddisfatti per aver portato a termine una nuova fatica discografica, o per essere tornati in attività dopo una sosta “rigenerativa”?
Indubbiamente positivo! Siamo tutti stracontenti di come è venuto “Wolves“, e in realtà non siamo mai stati completamente fermi. Qualche bel concerto lo abbiamo fatto, pochi in realtà, per via delle nostre ormai famose difficoltà logistiche, ma buoni! La sosta è stata di sicuro rigenerativa: arrivavamo da un periodo di merda con poca voglia di fare roba nuova, ma ne siamo usciti per fortuna!

Sei anni dall’ultimo album in studio potrebbero sembrare un lasso temporale di proporzioni “bibliche”, invece non è così come sembra, dico bene?
Beh, ho sempre pensato che sia inutile uscirsene con qualcosa che non ti soddisfi al 100%. Ed è proprio questo che abbiamo fatto: ci siamo presi il tempo necessario per farci tornare la voglia di fare qualcosa di nuovo. Ci son voluti sei anni? Pazienza, alla fine la nostra è solo ed esclusivamente passione, nient’altro.

Che cosa vi è mancato di più’ nell’ultimo periodo? L’affetto del vostro pubblico, l’attività concertistica e con questo le luci della ribalta o cosa? Percheè le notizie sul conto della band sono arrivate in maniera centellinata? Forse perchè, come dicevi prima, volevate anteporre i fatti alle parole?
Direi tutto e niente: per fortuna chi ci segue non ci ha mai fatto mancare il proprio supporto anche quando la pubblicazione del disco era ancora lontana. Le notizie sono arrivate col contagocce per il semplice fatto che abbiamo sempre reputato poco interessante dire cazzate giusto per dire qualcosa: non abbiamo mai fatto scelte di marketing, del tipo “dobbiamo assolutamente pubblicare qualcosa ogni settimana“. Non ne abbiamo mai sentito il bisogno. Forse abbiamo pagato questa scelta, ma tant’è…

Si, anche perchè nel lustro che ci ci siamo lasciati alle spalle il movimento thrash metal tricolore ha subito una fase evolutiva, ed un’escalation, che in pochi si sarebbero aspettati, con conseguente interesse di appassionati, nascita di nuove etichette specializzate e quant’altro, tu come la vedi?
Non posso che essere contento della cosa. La crescita della scena è una cosa che fa bene a tutti e di cui tutti devono (o dovrebbero) essere contenti… E’ un peccato che siamo in Italia e qui le cose si fanno spesso (per fortuna non sempre) con poca professionalità e tanta approssimazione, è questo uno dei grandi problemi. Aggiungi poi il fatto che i gruppi italiani spesso vengono snobbati dal pubblico nostrano solo perchè sono di casa ed ecco la fotografia della scena italiana.

Anche perchè molte volte si viene ad incrinare quel rapporto di amicizia/fratellanza fra musicisti, elemento che invece in seno agli Hyades sembra un cardine inscindibile, non è così? Esatto: l’amicizia che ci lega è sempre stata un cardine fondamentale della nostra storia. Io non sopporterei mai di passare del tempo con gente con cui non mi trovo bene: ho troppo poco tempo libero hahahah e preferisco spenderlo con persone con cui mi trovo bene.

E questo spiega anche la necessità di avere in formazione uno come Rob che, pur non abitando nella vostra area geografica, si sobbarca km su km pur di continuare il loro percorso musicale all’interno della band….
Esattamente come hai detto tu: questo spiega anche le nostre poche apparizioni live, soprattutto in Italia. A causa di questioni logistiche piuttosto complicate da gestire dobbiamo necessariamente selezionare i concerti e andare solo dove siamo sicuri di trovare un contesto professionale e gratificante. Purtroppo la situazione italiana da questo punto di vista è sotto gli occhi di tutti e questo ci costringe, nostro malgrado a rivolgerci spesso altrove.

Domanda pungente, aver siglato un contratto con una label indipendente, ed intraprendente, come la Punishment 18 records dopo tre album usciti su Mausoleum potrebbe sembrare un passo indietro nell’evoluzione/carriera artistica della band, invece?
Assolutamente no: la Mausoleum era una grande etichetta “ai suoi tempi“. Ci ha sicuramente aiutato molto aver avuto un’etichetta cosi prestigiosa che ha creduto in noi sin dall’inizio, ma poi, crescendo, capisci molte cose. Corrado prima di tutto è un amico e il lavoro che sta facendo con la Punishment 18 è pazzesco. Inoltre ha creduto in noi quando “Wolves“ non era nemmeno abbozzato. La scelta di collaborare con lui è stata tanto naturale quanto vincente.

Potrei anche sbagliarmi, ma mi piace pensare al vostro artwork come ad una versione moderna del famoso dipinto di Pellizza da Volpedo intitolato “Il quarto stato”, nel quale però, a scioperare sembrano essere i ricchi e non gli operai, che mi dici?
E’ esattamente così: abbiamo voluto prendere un fortissimo simbolo positivo del ‘900 italiano e ribaltarne completamente il significato: il dipinto rappresenta la presa di coscienza di una nuova classe sociale che pretende i propri diritti fondamentali. 100 anni dopo dove ci hanno portato queste battaglie? Agli ex sessantottini col SUV, agli hipser sparaselfie, ai social-addicted e ai cospirazionisti più beceri, bella vittoria, non c’è che dire…

Titoli come “The economist” o “The decay of humankind”, sembrano essere dei classici Hyades al 110% , improntati sul vostro marchio personale del “far ragionare” l’ascoltatore senza perdere di vista quel certo spirito dissacratorio di fondo…
Vedi, è sempre stato cosi’, io ho sempre odiato quelli che si prendono troppo sul serio, soprattutto se stai facendo una cosa sostanzialmente cazzona come suonare in una band. La vita è già difficile per i cazzi suoi, che bisogno c’è di essere sempre seri? Abbiamo sempre puntato molto su questo aspetto, non tanto per una questione di immagine, quanto perchè è cosi’ che sostanzialmente affrontiamo la vita.
Ho notato con piacere che anche sul nuovo “The wolves are getting hungry” continua la vostra preziosa collaborazione con il maestro Andy Classen, già al lavoro sul precedente “The Roots of Trash”, cosa puoi dirci in merito?
Si, è esatto: Andy aveva fatto un gran bel lavoro su “Roots“ dandoci un sound veramente notevole. A sto giro pero’ abbiam deciso di lasciare tutta la registrazione e il mixaggio in mano a Lorenzo, lasciando ad Andy solo il mastering. Il risultato incredibile: ci siam spaccati la testa per ore per far suonare le chitarre in quel modo, ma ne è valsa la pena tutta la vita. Il mastering poi, anche se forse un poco troppo estremo, è una manata in faccia clamorosa. Non ho mai nascosto la soddisfazione per questa produzione, non voglio peccare di presunzione, ma sono convinto sia davvero una bomba.

Ricordo con piacere che in passato avete avuto l’onere nonchè l’onore di dividere il palco con alcune fra le più celebri formazioni del settore, che cosa avete imparato da queste formazioni così navigate? Qual’è l’aspetto che secondo te fa la differenza all’interno di una band navigata da chi suona per vivere e non vive per suonare?
Vedi, è strano da un lato c’è la comprensibile esaltazione di trovarti faccia a faccia con i tuoi idoli di gioventù, dall’altra spesso ti rendi conto che anche loro sono esseri umani pieni di difetti, anzi spesso e volentieri sono degli scoppiati clamorosi. La cosa importante è portare a casa i ricordi positivi e crescere dal punto vista musicale e umano .